Salute e sicurezza sul lavoro, il paradigma del «prendersi cura»

La cura – tema al centro del Festival Internazionale della Salute e Sicurezza sul Lavoro 2026 – è il paradigma che, dalla parabola evangelica del Buon Samaritano fino al magistero sociale della Chiesa più recente (Fratelli tutti di papa Francesco), esprime la fraternità come categoria etica.

Non siamo solo uomini e donne liberi, né semplicemente tutti uguali. Siamo fratelli e sorelle. C’è una rete relazionale che ci rende comunità di destino. La cura ci ricorda che senza l’altro non possiamo esistere. Se qualcuno non si fosse preso cura di noi fin dai primi istanti della nostra vita, non saremmo quello che siamo.

L’umanità è cura, dono d’amore, accoglienza e ospitalità nel cuore dell’altro. Se siamo capaci di prenderci cura è solo perché abbiamo ricevuto cura. Siamo ospitali solo perché ospitati. Il magistero della Chiesa ha posto grande attenzione al lavoro dignitoso, che corrisponde alla cura perché la persona umana sia il cuore di ogni luogo di lavoro. Occorre ricentrare ogni dibattito in una prospettiva di integralità dell’umano: il lavoro non è importante solo perché aumenta il Pil, genera profitto, ma è esperienza umana a tutto tondo. Nel lavoro si esprime se stessi, si trasforma il mondo, lo si migliora e si costruisce una comunità.

Papa Francesco scrive nell’enciclica Laudato si’: «L’amore, pieno di piccoli gesti di cura reciproca, è anche civile e politico, e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità (…). Per rendere la società più umana, più degna della persona, occorre rivalutare l’amore nella vita sociale – a livello, politico, economico, culturale – facendone la norma costante e suprema dell’agire. In questo quadro, insieme all’importanza dei piccoli gesti quotidiani, l’amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie che arrestino efficacemente il degrado ambientale e incoraggino una cultura della cura che impregni tutta la società» (LS 231).

La cultura della cura è contrapposta a quella dello scarto. Quando le persone sono trattate come oggetti o come numeri viene calpestata la loro dignità. Il lavoro può essere esperienza che permette alla persona di fiorire, ma può diventare luogo attraverso il quale la vita appassisce.

Ai rappresentanti dei Consulenti del lavoro il 18 dicembre 2025 papa Leone XIV si è espresso circa la necessità di promuovere la sicurezza, soprattutto attraverso la formazione e l’aggiornamento dei lavoratori. E lamentando il numero ancora elevato di incidenti e di morti sul lavoro ha affermato: «Quelli che dovrebbero essere sempre spazi di vita – in cui le persone trascorrono ogni giorno molta parte del loro tempo e impiegano una grande porzione delle loro energie – frequentemente si trasformano in luoghi di morte e di desolazione. Per questo vorrei ricordarvi che “la sicurezza sul lavoro è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare, ed è sempre troppo tardi!” (Francesco, Discorso all’Associazione Nazionale Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, 11 settembre 2023). Prevenire è meglio che curare, e a ciò mirano i vostri preziosi contributi formativi».

Oggi la cura finalizzata alla sicurezza nei luoghi di lavoro ha bisogno di strutturarsi con le seguenti declinazioni:

  1. Cura del pensiero: la cultura della cura non può rinunciare a far diventare la cura come cultura. Ne abbiamo estremamente bisogno perché i nostri sguardi spesso sono strabici: quando guardiamo la realtà non è difficile che dimentichiamo i lavoratori e le loro condizioni di vita. L’esempio più eclatante sono i marittimi bloccati in queste settimane allo Stretto di Hormuz: tutti parlano del petrolio, del gas, dei fertilizzanti e dei container che hanno conseguenze sull’economia, ma non si sente invocare una tutela dei circa ventimila lavoratori coinvolti e «sequestrati» sulle navi. Un pensiero «giusto» è il primo modo di prendersi cura, perché diamo valore alla realtà e non la nascondiamo per altri fini.
  2. Cura delle relazioni: si tratta di passare dalla centralità dei costi e dei controlli alle persone nella loro concretezza. Se i luoghi di lavoro non generano salute e benessere personale e comunitario, a lungo andare crolla la sostenibilità umana. Uno dei dati più recenti è che i giovani sono una generazione che lavora meno e che si ammala di più. Di fronte al malessere, interiore e sociale, essi preferiscono assentarsi piuttosto che adattarsi. Purtroppo, ciò viene interpretato come segno di debolezza, mentre è un indicatore di cambiamento culturale. La qualità relazionale nei luoghi di lavoro sarà sempre più decisiva per attrarre lavoratori. Ciò farà diventare fondamentale la fiducia come paradigma antropologico.
  3. Cura delle persone: la sicurezza è frutto anche delle responsabilità di ciascuno. L’imprenditore deve avere a cuore che i lavoratori e le lavoratrici svolgano in sicurezza le loro mansioni. I dipendenti, dal canto loro, devono aver cura di rispettare comportamenti adeguati e di servirsi di tutti i dispositivi previsti per evitare conseguenze tragiche di infortunio o di morte in caso di incidente. La superficialità degli uni o degli altri a volte è interesse egoistico (per l’imprenditore), che ritiene la sicurezza un semplice costo aggiuntivo o una perdita di profitto, oppure diventa sottovalutazione del rischio (per i lavoratori), che porta a minimizzare l’attenzione per la propria vita e quella degli altri.

La cura passa anche attraverso gli intrecci che le nostre esistenze e competenze sanno costruire. Possiamo condividere le nostre risorse culturali, spirituali ed umane per il bene dei lavoratori, soprattutto di quelli più vulnerabili e trascurati, avendo a cuore la loro sicurezza in questo tempo.

don Bruno Bignami
direttore Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro
Cei – Conferenza Episcopale Italiana

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