Basterebbe dire un no…

Patrizio Spasiano e la sua famiglia

Quella di mio figlio, Patrizio Spasiano, è una storia assurda.

Niente è andato nel modo giusto. È morto a 19 anni mentre faceva un tirocinio per la cooperativa Cofrin, in un posto in cui non doveva essere.

Ha fatto una brutta fine. È morto con un grave edema acuto polmonare. L’ammoniaca gli ha bruciato tutte le vie aeree. Non me l’hanno neanche fatto vedere. È uscito da casa mia la mattina presto per andare a lavorare e non è più tornato. L’ho rivisto solo un attimo al funerale, ma era diventato nero, di cuoio. L’ammoniaca l’ha devastato.

Siamo una famiglia perbene. Mio marito Armando è l’unico che lavora, è un elettricista e fa tanti lavoretti per tirare avanti. Io purtroppo non lavoro, per problemi di salute.

Abitiamo ai confini di Secondigliano, nel rione Berlingieri, vicino all’aeroporto di Napoli Capodichino, in un quartiere molto difficile. Abbiamo cercato di stare dietro a nostro figlio, per aiutarlo a costruirsi la sua vita.

Dopo il Covid, non ha più voluto andare a scuola e a 18 anni, da solo, si è iscritto al collocamento. Ha fatto di tutto per guadagnarsi qualcosa onestamente. Portava panini, lavorava in alcuni negozi, anche in un girarrosto, in qualche cucina. Si guadagnava da vivere, era un bravissimo ragazzo. Voleva lo scooter e, per mantenerselo, ha fatto un corso di formazione da saldatore perché papà gli diceva che era un bel mestiere. Ha frequentato tutto il corso, è stato molto bravo e ha preso il patentino. Abbiamo sparso la voce per farlo lavorare… e abbiamo fatto il guaio.

È stato assunto alla Cofrin a Villaricca, in una fabbrichetta vicino a Napoli, alla fine di ottobre del 2024. A dicembre, mentre era ancora un tirocinante e stava imparando il mestiere, gli hanno chiesto di andare in un cantiere fuori dalla fabbrica. Ci siamo opposti, ma gli hanno detto che doveva per forza andare alla FrigoCaserta, più lontano da casa, verso Aversa, a Gricignano.

Non sapevamo bene cosa avrebbe dovuto fare, pensavamo avrebbe dovuto passare gli attrezzi a un collega o poco più. Lo venivano a prendere vicino a casa alle 7 meno 20 e noi lo andavamo a riprendere verso le 18.30. Usciva quando era buio e tornava quando era buio.

Prendeva 500 euro, ma siccome era lontano e lavorava tanto gli avevano promesso 100 euro in più. A capodanno era sconvolto perché era morto un lavoratore, il 31 dicembre 2024: Pompeo Mezzacapo, un operaio di 39 anni con tre figli, che lavorava in un altro capannone della FrigoCaserta.

Patrizio ha comunque continuato a lavorare. L’ho visto l’ultima volta la sera del 9 gennaio 2025. Era stanco, era tornato a casa a dormire dopo essere andato a mangiare una pizza con la fidanzata, Noemi.

La mattina dopo, quel terribile 10 gennaio 2025, era uscito di casa presto, cinque minuti prima che mi svegliassi. Non l’ho neanche salutato…

All’una e mezza aveva telefonato al papà: era tutto contento che gli erano arrivati i 500 euro. Aveva anche videochiamato la fidanzata per dirle che finalmente con quei soldi avrebbero potuto andare insieme a vedere il Napoli allo stadio e che si sarebbe anche potuto comprare una bella tuta che desiderava tanto.

Alle 6 del pomeriggio squilla il telefono. Pensavamo ci chiamassero per andare a prendere Patrizio. E invece ci hanno detto che nostro figlio era bloccato in un capannone e i pompieri non riuscivano a raggiungerlo.

Avevano fatto entrare mio figlio a lavorare nella sala macchine di un capannone in cui era vietato l’accesso, ad alto rischio di infiammabilità, dove si trovavano serbatoi di ammoniaca a 75 gradi sotto zero, usata per refrigerare gli alimenti. L’hanno fatto salire a oltre 3 metri d’altezza, su un trabattello che non era a norma, lui che pesava 110 chili.

Probabilmente si è rotto un manometro, che è stato poi ritrovato a terra, e l’ammoniaca è uscita da un tubo. Il sistema di sicurezza non ha funzionato e nessuno è riuscito a fermare il gas refrigerante. Tutta l’ammoniaca del deposito si è svuotata addosso a mio figlio, per ore. Hanno bloccato la città e poteva essere una strage. Poteva esplodere tutto e forse sarebbe stato meglio. È stato là sopra da solo finché i pompieri non lo hanno recuperato, alle 8 e mezzo di sera.

Non lo posso accettare. Mio figlio non doveva essere lì. Non avrebbe dovuto toccare a lui fare quel lavoro! Sarebbe dovuto andarci un tecnico specializzato, dopo aver svuotato tutta l’ammoniaca dall’impianto.

Patrizio Spasiano

Poteva saltare in aria tutto il paese con tutta quell’ammoniaca a meno 75 gradi.

Aveva solo uno scaldacollo in testa perché aveva freddo. Sarebbe servita almeno una tuta protettiva. Ma non ha potuto dire di no. E non aveva idea di quello che poteva succedere… Non hanno avuto rispetto della vita umana. Cosa è venuto in mente a quell’azienda?

A 19 anni lo hanno mandato a morire! Per 500 euro al mese! Dopo poche settimane che aveva iniziato il tirocinio.

Quando sono andata alla FrigoCaserta appena ho saputo dell’incidente, non mi dicevano neanche dov’era. Volevo vederlo e non ho potuto.

Si era protetto con le mani, ma si era bruciato tutto. Era talmente nero, che non l’ho potuto neanche baciare. E si sentiva ancora l’odore di ammoniaca quando l’ho visto, solo per un attimo, al funerale. L’hanno trovato seduto con le gambe incastrate nel trabattello, intrappolato senza via di scampo. È stato un omicidio! Ora tengo le ceneri nella sua camera, in un cuore di ceramica.

I ragazzi devono imparare a dire di no sul lavoro! Mi piacerebbe andare con Sicurezza e Lavoro nelle scuole: voglio che tutti gli studenti conoscano la storia di mio figlio, capiscano i rischi del subappalto, della mancanza di formazione. Patrizio è una vittima innocente. Era un ragazzo per bene, che voleva costruirsi il suo futuro. Aveva tutta la vita davanti, aveva la patente da pochi mesi, ma non aveva neanche potuto guidare un’auto sua…

Tutti ricordano le vittime della violenza, delle mafie, ma nessuno pensa ai morti sul lavoro, a chi non vigila sul rispetto delle regole.

A volte basterebbe un no… A mio figlio sarebbe bastato un attimo di lucidità di un collega, di un suo superiore che gli dicesse di non andare in quel capannone.

È morto lui, ma sarebbe potuto morire chiunque… per 500 euro al mese.

Ora non ho più un figlio, era tutto il mio futuro, non ho più niente…

Ancora oggi mi sveglio di notte, di soprassalto, gridando il suo nome.

Il 10 gennaio 2025, l’ultimo giorno della sua vita, Patrizio è uscito di casa poco prima che mi svegliassi. Non l’ho più visto. E da allora la mia vita e quella della mia famiglia non più è la stessa. È come sospesa. E ci sentiamo in colpa perché l’abbiamo mandato lì a lavorare.

Simona Esposito
mamma di Patrizio Spasiano

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