Era il 6 giugno 1986 quando lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato (Alessandria) venne chiuso in seguito a un’auto-istanza di fallimento, dopo quasi 80 anni di attività (aprì il 19 marzo 1907), al termine di una lunga stagione di lotte sindacali, dopo una presa di coscienza collettiva della nocività delle lavorazioni legate all’amianto condotte nella cittadina piemontese (oltre 43mila abitanti nel periodo di maggiore attività dello stabilimento nel 1971, 42mila nel 1981; oggi circa 32mila).
L’anno successivo, nel 1987, la Safe Eternit France tentò di riaprire l’impianto, ma non fu possibile per l’opposizione della cittadinanza – in particolare della Camera del Lavoro di Casale (nonostante ci fossero ancora 350 disoccupati ex Eternit), di Legambiente e di 110 medici che scrissero una lettera contro la riapertura – e per la ‘storica’ ordinanza n°. 83 del 2 dicembre 1987 emessa dal sindaco di Casale Monferrato, Riccardo Coppo, che vietava l’utilizzo di amianto su tutto il territorio comunale.
La messa al bando dell’amianto in Italia avvenne poi nel 1992 (legge 257/92), grazie anche all’impegno della Camera del Lavoro di Casale e dei disoccupati ex Eternit, che – dal 1989 al 1992 – organizzarono numerosi presìdi davanti a Parlamento e Ministeri.
In Italia furono attive anche altre fabbriche per la lavorazione del cemento-amianto: a Rubiera (Reggio Emilia), Cavagnolo (Torino – Saca Eternit), Broni (Fibronit), Bari (Fibronit), Napoli (Bagnoli), Siracusa (Contrada Turgia – Eternit siciliana).
Lo stabilimento di Casale Monferrato della Eternit spa si estendeva nella periferia cittadina, occupando un’area di circa 96mila mq (area coperta in misura dell’88%), a cui si aggiungono l’area di piazza d’Armi occupata dal magazzino e la cosiddetta area “ex Piemontese”.
Secondo un rapporto dell’Ispettorato del Lavoro, nel 1977 vi operavano oltre 960 lavoratori e lavoratrici, la maggior parte dei quali distribuiti su tre turni.
Furono loro i primi a pagare un tributo altissimo in termini di vite umane, ma si sono ammalati e continuano ad ammalarsi di mesotelioma pleurico anche i loro familiari e gli abitanti di Casale Monferrato.
Anche l’ambiente esterno allo stabilimento Eternit, infatti, fu contaminato dall’inquinamento proveniente dall’azienda.
Sarebbero oltre tremila le vittime e ancora adesso, circa 40-50 persone muoiono ogni anno a Casale Monferrato a causa dell’amianto.
Sulla base di convergenti risultanze istruttorie processuali risulta che, nel periodo di gestione svizzera dell’impianto casalese, nonostante le attività di risanamento e di ristrutturazione poste in essere (quali la parziale trasformazione del ciclo produttivo da secco a umido, l’installazione su varie macchine di sistemi di captazione dei residui della lavorazione, il divieto di cessione all’esterno del cosiddetto “polverino” ottenuto dagli scarti di lavorazione disposto dall’ingegner Meyer a fine 1972), “la situazione di esposizione dei lavoratori alle fibre di amianto rimase comunque diffusa e fortemente critica, risultando le misure adottate insufficienti o tardive e in ogni caso inadeguate a ridurre in modo risolutivo il rischio da esposizione ad amianto”.
L’attività di pre-frantumazione degli scarti, sia sull’area ex Piemontese che presso il mulino Hazemag, funzionante a far tempo dal 1975-1976, rappresentò sicuramente una massiccia fonte inquinante per l’ambiente circostante, considerato che il cingolato lavorava a cielo aperto ininterrottamente per 24 ore al giorno, così propagando le fibre di amianto disperse nell’aria nelle zone intorno allo stabilimento.
L’arrivo a Casale Monferrato degli scarti per la pre-frantumazione e la frantumazione più minuta nel mulino Hazemag ha certamente comportato un aumento del livello di inquinamento. Quello di Casale Monferrato, infatti, era l’unico stabilimento munito del mulino e riceveva gli scarti di tutte le fabbriche italiane.
Ulteriore sorgente di inquinamento derivò dal sistema di trasporto della materia prima sino allo stabilimento o al magazzino.
Non furono esposti solo i familiari dei lavoratori, ma anche coloro che i lavoratori potevano incontrare nel percorso da casa allo stabilimento che effettuavano senza cambiarsi, ovvero rimanendo in tuta, stante l’assenza, oltre che di una lavanderia interna, anche di armadietti muniti di scomparti divisi in cui riporre separatamente le tute e gli abiti non da lavoro.
Va infatti anche considerato l’impatto della circolazione dei lavoratori che indossavano le tute impolverate di amianto, tenendo conto dell’elevato numero di addetti impiegati alla Eternit.
Contribuì infine alla contaminazione ambientale anche il mancato fermo della lavorazione in caso di guasto delle ventilazioni locali.
Ci sono ancora oggi costi altissimi per le bonifiche ambientali, con complesse problematiche legate a smaltimento e discariche.
Si ipotizza che sull’intero territorio nazionale ci siano decine di migliaia di siti con presenza di MCA (materiali contenenti amianto), per un totale di oltre 40 milioni di tonnellate di amianto in Italia. Non esiste però un censimento definitivo: i siti potrebbero anche essere 500mila o, addirittura, un milione.
E tutti gli esperti convengono nel riconoscere l’amianto quale agente cancerogeno e causa pressoché esclusiva, sul territorio nazionale, del mesotelioma pleurico maligno, incontrovertibilmente considerata una patologia addirittura ‘firmata’ dall’esposizione alle fibre di tale materiale, che può avere un lungo periodo di latenza e insorgere pure a 30-40 anni di distanza dall’esposizione alle fibre di amianto, ma anche oltre (ci sono casi accertati dopo 50-55 anni di latenza).
Nella letteratura scientifica internazionale è assodato che non esiste, per il mesotelioma, una dose-soglia al di sotto della quale l’esposizione ad amianto possa considerarsi innocua per l’essere umano, anche se un’esposizione costante negli anni può provocare un maggior rischio di contrarre la patologia e un’anticipazione dell’insorgenza del tumore.
La Iarc, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) delle Nazioni Unite, ha pubblicato la prima valutazione sulla cancerogenicità delle fibre di amianto nel 1973 (“Biological effects of asbestos”), seguita da una seconda pubblicazione nel 1977 (“Asbestos. Iarc monographs on the evaluation of carcinogenic risk of chemicals to man”), che teneva conto degli aggiornamenti.
La pericolosità dell’esposizione all’amianto per il rischio di mesotelioma – in particolare, per quanto riguarda il settore ferroviario – risale però almeno agli anni Sessanta.
E la silicosi e l’asbestosi erano già state riconosciute dall’Inail come malattie professionali indennizzabili con la legge n° 455 del 12 aprile 1943, che estendeva l’assicurazione obbligatoria anche ad esse.
Il Tribunale di Torino in composizione collegiale ha ritenuto provato il ruolo di gestore degli stabilimenti Eternit in Italia rivestito dall’imputato Stephan Schmidheiny dal giugno 1976 sino alla chiusura dello stabilimento di Casale Monferrato (1986) avendo “egli concretamente rivestito ed esercitato una posizione di potere che gli ha consentito di governare in prima persona il rischio amianto”.
Dagli atti dei processi Eternit, risultano una segnalazione Inail del 1975 relativa a carenze in materia di prevenzione in generale all’interno dello stabilimento di Casale Monferrato. E poi una segnalazione dell’Ispettorato del lavoro nell’ottobre 1976; verbali di ispezione degli anni 1976, 1977, 1978; rapporto del Sil del 1977; relazione del Centro Amiantus del 1980; ecc.
Nonostante questo però, vittime, familiari, associazioni e Istituzioni non sono ancora riuscite a ottenere giustizia.
Dopo una serie di singole cause previdenziali e un processo per le morti dei lavoratori Eternit contro alcuni dirigenti dell’azienda avviato nel 1993 e poi prescritto, nel 2009 iniziò a Torino il primo maxi processo Eternit, che portò alla condanna degli imputati Louis de Cartier De Marchienne e Stephan Schmidheiny (considerati gli effettivi responsabili della gestione della Eternit spa) in primo grado (sentenza del Tribunale di Torino del 13 febbraio 2012) alla pena di 16 anni di reclusione ciascuno per i delitti di cui all’art. 434 comma 2 c.p. (disastro innominato doloso, aggravato dalla verificazione del disastro) e 437 comma 2 (omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, aggravata dalla verificazione di infortuni), in relazione agli eventi lesivi per la salute e per l’ambiente derivati dalla produzione di amianto negli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato, Cavagnolo, Bagnoli e Rubiera.
In appello, la pena per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny viene aumentata a 18 anni di reclusione, mentre nel frattempo il barone belga Louis de Cartier De Marchienne è morto (sentenza della Corte d’Appello di Torino del 3 giugno 2013).
Con la sentenza del 19 novembre 2014, però, la Corte di Cassazione annullò senza rinvio la sentenza di condanna dichiarando che il reato di disastro era andato in prescrizione, facendo decorrere il termine dalla chiusura degli stabilimenti, Secondo i giudici di legittimità, il processo era iniziato quando il delitto di disastro innominato ex art. 434 c.p. era già prescritto.
È stato quindi avviato il processo “Eternit Bis” con la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Stephan Schmidheiny, arrivata dinanzi al Giudice dell’udienza preliminare di Torino nel maggio 2015, con l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale. L’imputazione è poi stata riformulata in omicidio colposo, e il processo penale è stato “spacchettato” in più tribunali (Napoli, Torino e Vercelli) a seconda delle diverse sedi degli stabilimenti italiani.
A Vercelli, presso la Corte d’Assise di Novara, è confluito il filone più “corposo” (quello relativo a 392 vittime di Casale Monferrato; prima udienza il 9 giugno 2021) e in cui è stata ammessa come parte civile l’associazione Sicurezza e Lavoro nell’udienza del 5 luglio 2021.
Il 7 giugno 2023 la Corte d’Assise di Novara ha condannato in primo grado l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny a 12 anni di reclusione.
In secondo grado, la Corte d’Assise d’Appello di Torino, con la sentenza del 17 aprile 2025, ha ridotto la pena, condannandolo a 9 anni e 6 mesi di reclusione.
La sentenza d’appello però è stata annullata dalla Quarta Sezione della Corte di Cassazione, nella seduta dell’11 febbraio 2026, con trasmissione alla Corte d’Assise d’Appello di Torino affinché provveda alla traduzione in lingua nota all’imputato (ovvero, in tedesco) della sentenza di condanna di secondo grado. Con il rischio che cadano in prescrizione ulteriori casi, accendendo ancora una volta il dibattito sulla riforma della normativa sulla prescrizione.
La giustizia quindi dovrà ancora attendere, a quarant’anni dalla chiusura dello stabilimento…
La cittadinanza, le Istituzioni e le associazioni come Afeva, Sicurezza e Lavoro e Legambiente però non si arrendono e – insieme ai sindacati Cgil, Cisl e Uil – continuano le loro battaglie per verità, giustizia, ricerca di cure mediche e bonifiche che, negli anni, hanno fatto di Casale Monferrato la capitale mondiale della lotta all’amianto.
Massimiliano Quirico
direttore Sicurezza e Lavoro
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