Agromafie e finto made in Italy, la denuncia del “pensionato” Gian Carlo Caselli

Dopo cinque anni di pensione, Gian Carlo Caselli non si rassegna a fare l’umarell, a guardare i cantieri come molti anziani, ma ha ancora molto da fare!

Lo ha detto ironicamente lui stesso, alla presentazione del suo libroC’è del marcio nel piatto“,edizioni Piemme, EUR 14,87, organizzata nell’ambito delle Settimane della Sicurezza 2018.

Impegnato come presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulle agromafie ideato da Coldiretti, continua infatti a occuparsi di legalità: il suo mestiere per tutta la vita.

Pino Borello, Gian Carlo Caselli e Sparviero Tortello all’evento del 3 dicembre 2018 a Vinovo, promosso dall’Amministrazione locale.

Intervistato dal formatore sulla sicurezza Pino Borello,  Caselli ha spiegato che gli Italiani sono maestri nel cibo buono e sano, ma non basta: il cibo deve essere anche “giusto” e tutelare il consumatore e il produttore onesto.

Nonostante la crisi, il settore agroalimentare funziona bene in Italia, tira molto, ma ci sono alcune ombre, alcune opacità. È un fiore all’occhiello conosciuto in tutto il mondo, ma dove c’è da guadagnare arrivano sempre anche le mafie: le agromafie, in questo caso.

Purtroppo, in Italia la normativa è obsoleta e ci sono molte resistenze nel rinnovarla – ha affermato Caselli. Non c’è più il problema dell’oste che annacqua il vino, ma ci sono complesse sofisticazioni, non sempre sanzionabili: “La legislazione italiana del settore è una groviera – ha denunciato – in cui la mafia può entrare come vuole: vince l’impunità!”.

Tutto esaurito all’incontro con Caselli delle Settimane della Sicurezza 2018.

In Italia, il business delle mafie alimentari è di 22 miliardi all’anno (V rapporto Osservatorio Agromafie – Eurispes – 2017), in crescita del 10% ogni anno. A cui si aggiungono 60/100 miliardi di euro all’anno dell’italian sounding, ovvero di quei prodotti che si richiamano all’italianità, che possono sembrare made in Italy, ma non lo sono.

Le agromafie – ha continuato Caselli – si insinuano in ogni passaggio della filiera agroalimentare: dal campo allo scaffale, dalla tavola alla ristorazione. Controllano campi, acqua, trasformazione e trasporto su gomma dei prodotti, su cui sono egemoni e moltiplicano le intermediazioni, facendo aumentare i costi finali.

Le mafie sono inoltre presenti nei grandi mercati ortofrutticoli: Milano, Roma, Ragusa, Vittoria, ecc. E, anche se debellate, come a Milano nel 2015, ritornano!

E ci sono nella ristorazione, nella grande distribuzione e nella distribuzione al dettaglio, dove non si limitano al pizzo, ma comprano i negozi e si infiltrano nell’indotto: cassette di legno e sacchetti di plastica, spesso pericolosi, “fuorilegge”.

Colpiscono anche il settore “bio”, con falsi prodotti biologici. E colpiscono le eccellenze del made in Italy, con “vini” senza un goccio d’uva, con “formaggi” senza latte!

Il quadro è cupo – ha chiarito l’ex magistrato – ma pretendendo informazioni corrette, informandoci, possiamo evitare danni alla salute e al mercato.
Serve un obbliogo generalizzato, valido in tutto Europa, di etichette “narranti” su tutti i prodotti agroalimentari, che indichino chiaramente provenienza, tracciabilità, ingredienti, qualità organolettiche e scadenze. Un utile argine anche al caporalato.
Massimiliano Quirico
direttore Sicurezza e Lavoro