Minacce, violenze e sfruttamento nei campi dell’Emilia-Romagna

Ancora un grave caso di sfruttamento lavorativo in agricoltura.

Su decisione del Gip del Tribunale di Ferrara è stato arrestato negli scorsi giorni dai carabinieri di Portomaggiore (Ferrara) un cittadino pakistano di 47 anni, che si trova adesso agli arresti domiciliari.

Secondo le indagini dei militari dell’Arma, l’uomo avrebbe portato avanti una ‘attività’ da ‘caporale’ sin dal 2020, reclutando manodopera per il lavoro nei campi, coinvolgendo quasi tutti giovani migranti clandestini suoi connazionali, che venivano mandati a lavorare in aziende agricole del Ferrarese e del Bolognese.

Sarebbero almeno 15 le vittime di sfruttamento.

Le indagini dei carabinieri di Portomaggiore, con il supporto dei colleghi di Massa Fiscaglia (Ferrara) e del nucleo Ispettorato del lavoro di Ferrara, sono partite nel 2023 dalla denuncia di un trentenne, anch’egli pakistano e domiciliato in zona.

Il ‘caporale’ arrestato è accusato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravata dalla minaccia e dalla violenza, a cui si aggiungono il sequestro di persona e le lesioni aggravate.

L’uomo avrebbe trattenuto i soldi dei suoi connazionali per «occuparsi delle pratiche per ottenere l’ospitalità o la residenza o per l’emersione dal lavoro irregolare».

Procurava loro anche posti letto, che si trovavano però «il più della volte in un’abitazione fatiscente – spiegano gli investigatori – in cui si versavano fino a 150 euro al mese per il posto letto e fino a 300 euro per vitto e alloggio e dove potevano essere stipate fino a 18 persone». Come nel caso di un mmobile sequestrato al 47enne nel Ferrarese.

Inoltre, per poter mantenere l’occupazione, i lavoratori migranti dovevano evitare assenze e non era loro permesso ribellarsi, altrimenti sarebbero scattate ritorsioni ai loro parenti in Pakistan.

In un caso, il ‘caporale’ sarebbe anche arrivato al sequestro di un lavoratore, che avrebbe tenuto rinchiuso in casa per diverse ore, impedendogli di uscire con minacce e botte.

Infine, per garantirsi il pieno controllo sui connazionali, il 47enne manteneva i rapporti con gli imprenditori agricoli presso cui i lavoratori venivano impiegati, spesso ‘in nero’, occupandosi di riscuotere in contanti le paghe, sottraendo una percentuale per i suoi ‘servizi’.

«I drammatici episodi recentemente venuti alla luce nei campi dell’Emilia-Romagna – dichiara Massimiliano Quirico, direttore di Sicurezza e Lavoro – ricordano tragicamente i fatti accertati nel processo Momo, in cui l’associazione Sicurezza e Lavoro è stata parte civile, raccontati anche nel nostro documentario ‘Sulla rotta del caporalato’».

«Ancora una volta nelle campagne italiane – continua Quirico – assistiamo a gravi violazioni dei diritti di lavoratori migranti, spesso ‘ingaggiati’ da loro connazionali con il miraggio di un permesso di soggiorno e di un lavoro ‘vero’, sfruttati da imprenditori disonesti e senza scrupoli. È necessario intervenire sulla regolamentazione dei flussi di manodopera in Italia, oltre che sull’implementazione delle ispezioni e sull’assistenza ai lavoratori e alle lavoratrici più deboli».

Felicia Bello

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